RSS

IT news – part 1

BUON LAVORO ALESSANDRO E DANIELE!

Argo, il cane di Ulisse

Talking about my job, I hold three main roles here:

  1. Manage the local IT infrastructure of the mission, together with my colleague Daniele (we split technical responsibilities)
  2. Plan the IT infrastructure of the Hospital (www.kidanehospital.org); again together with my colleague Daniele we split the technical topics, he’s more on the development part, I’m more on the core infrastructure part;
  3. create a team of Junior IT Professionals who can possibly manage the IT infrastructure of the hospital

Regarding this last point, I’m delivering a training that is not only theory but (most important) learning on the job. Basically I’m doing my day by day job on the mission sharing tasks with my team and looking after the quality of their job, making sure they learn what they are doing.

Sometimes the main problem we have here is that it’s not enough to make experience; the mission network and services provide are…

View original post 344 altre parole

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su aprile 14, 2016 in I volontari si raccontano

 

Missione e ospedale di Adwa informatizzati

In the previous post I wrote about my roles in the mission and what I’m acually doing. Let’s go in details and let’s have a look at the core infrastructure of the mission and the one I’m planning for the hospital. First of all the network of the mission in the last year has been evolving […]

via IT News – part 2 – The network — Argo, il cane di Ulisse

 
Lascia un commento

Pubblicato da su aprile 14, 2016 in I volontari si raccontano

 

Evolution?

segnali di speranza da Adwa!!

Argo, il cane di Ulisse

This last year in Adwa had been impressive from the number of changes that happened in such a short time.

In 12 months the 3G internet connection arrived (4G on the way, before that only 2g available), optical fiber is finally available providing an acceptable and stable internet connection with 4Mbs speed; yesterday we received a package from Alibaba (www.alibaba.com), for the few who don’t know what is it it’s the equivalent of http://www.ebay.com from a Chinese perspective. A guy in the mission ordered a Led lamp and it arrived on time without taxation.

The BIG thing here is that this is opening a whole new perspective for us and for people living in the area. A big problem in Adwa especially is that you can’t rely on buying what you need for the simple reason that you can’t find what you need easily. You buy what’s available, or you go to…

View original post 449 altre parole

 
Lascia un commento

Pubblicato da su marzo 2, 2016 in I volontari si raccontano

 

Gli scherzi che mi ha tirato l’Africa…

Non sono mai uscita dall’Europa né tantomeno sono mai stata lontana da casa per tanto tempo, eppure l’idea di fare un’esperienza missionaria all’estero mi ha sempre attratto. Finalmente il momento è arrivato e il 30 luglio 2015 sono partita insieme ad altri sei volontari alla volta di Adua, Etiopia. Non avevo idea di quello che avrei incontrato in Africa. L’immagine nella mia testa era un miscuglio di luoghi comuni e filmati visti in tv e rappresentarmela non era facile, anche perché, come potevo immaginarmi la povertà che sicuramente avrei incontrato se non l’avevo mai vista? È come chiedere ad un bambino esquimese di disegnare la foresta tropicale. Il risultato sarà un elaborato impreciso condito da tanta fantasia. Penso che mi sia scesa una lacrima durante il momento del decollo: un’improvvisa ondata di codardia unita alla stanchezza si faceva pigramente largo in me, ma ormai era tardi per tornare indietro. A dire il vero era tardi anche per cenare essendo già l’una di notte, ma l’hostess non ha voluto sentire ragioni per quanto riguardava la mia inappetenza e, visto che si preannunciava una notte insonne, ho deciso di assaggiare il pasto e di abituarmi all’idea per un mese sarei stata a 9000 km di distanza da casa.

L’Africa mi ha tirato diversi scherzi, il primo dei quali è stato lo scenario che si è aperto sotto ai miei occhi una volta arrivati in quota a bordo dell’aereo. Pensavo di volare su territori aridi e brulli, in realtà ciò che si presentava ai miei occhi era un territorio verde e in parte coltivato, con piccole case sparse qua e là e con pochi centri abitati. Il periodo estivo che va da luglio a metà settembre circa è infatti la stagione delle piogge, di conseguenza tutto ciò che durante l’anno è secco e giallo, in questo momento si veste di verde e nuvole. Una volta raggiunta la missione, ciò che più ho avuto modo di ammirare è stata la cura e l’ordine degli ambienti: aiuole fiorite, aule moderne e decorate, non una foglia nè qualsiasi tipo di sporcizia per terra, persino la stalla ed il pollaio erano altrettanto ordinati. Segno di rispetto e amore profondo da parte di chi in quei luoghi ci lavora e ci studia, ma soprattutto segno inconfondibile di una forte presenza femminile, rappresentata dalle suore (o sisters in inglese) e dalle lavoratrici assunte in tutti gli ambiti di lavoro della missione. È qui infatti che nasce il progetto di valorizzazione ed emancipazione femminile, volto a dare coscienza delle potenzialità delle donne a partire dalle donne stesse. Percependo uno stipendio alla pari di un uomo e contribuendo così all’economia domestica, si dà la possibilità a tutte le figlie, le madri e le sorelle di non essere più considerate parti inattive della famiglia ma degne di rispetto. Non è dunque raro vedere donne all’interno del cantiere dell’ospedale intente a spazzare o a portare pesanti carriole.

Il primo approccio che ho avuto con la popolazione locale è stato andando al mercato del sabato: poche strade asfaltate, qualche vacca, molte pecore e galline che pascolavano liberamente tra gli ambulanti, molti odori, ma soprattutto occhi, tanti occhi che ci fissavano incuriositi. Occhi profondi, occhi seri, occhi curiosi ma non spaventati. Tanti occhi di donna, scurissimi e profondi, tanti occhi di bambini, svegli, vivaci, che magari chiedevano ridendo una moneta. Sicuramente i bambini erano i più divertiti dalla nostra presenza, gli adulti sembravano un po’diffidenti e questo mi ha portato a pensare a suor Laura e alle sue mille battaglie. Chissà quanto ha dovuto lottare per dimostrare le sue buone intenzioni, da sola, in un paese maschilista e non troppo affezionato ai bianchi. Chissà quante volte si sarà sentita scrutata, giudicata, scoraggiata da quegli stessi occhi, assieme alle altre sisters che nel tempo si sono susseguite, che tanto hanno fatto e stanno facendo per Adua e per l’Etiopia intera. Eppure, guardando la missione oggi, penso che l’Amore, quello con la “A” maiuscola, non tema alcun tipo di intimidazione, e che quegli occhi che noi ci siamo sentiti puntare addosso camminando tra la gente, siano solo occhi resi duri dalla vita ma contenti, in fondo, di vederci.

Come dicevo prima, io, la povertà, non l’avevo mai vista. L’immagine che ne avevo era la visione distorta e disordinata datami dai media. Desideravo chiarezza, desideravo vedere. Una domenica, insieme a sister Ruth io e gli altri volontari ci siamo incamminati verso un ex deposito d’armi dell’esercito italiano da cui prende il nome di Campo Italiano, luogo di rifugio per tante donne e per i loro bambini. E’ difficile per noi immaginare una vita vissuta lì dentro. Il tetto di lamiera ormai a pezzi lasciava entrare sottili fasci di luce ovunque e di conseguenza anche l’acqua che nella stagione delle piogge cade sotto forma di violenti temporali. Prostitute malate, donne abbandonate dai mariti o dalla famiglia, anziane trovano rifugio e accoglienza da parte degli abitanti di questa struttura che costituiscono la parte invisibile della città. Le loro vite non esistono per lo stato. Sono i dimenticati, gli ultimi tra gli ultimi. Eppure entrando ci accoglie una ragazza che riconoscendo sister Ruth si ferma a parlare con noi in perfetto inglese e ci spiega che si sta per laureare in ingegneria idraulica (le università sono gratuite) e ha la mia età, 23 anni. Ci invita a mangiare e a bere, penso che se avessimo accettato, lei, sua madre e suo fratello forse non avrebbero mangiato quella sera o nei giorni avvenire. La rabbia è tanta, è un’ingiustizia. Ci dice che hanno scritto più e più volte allo stato per chiedere aiuto ma non c’è risposta per coloro che non esistono.

Martedì 4 agosto finalmente è iniziato il Summer Camp! Circa ottocento bambini dai 6 ai 17 anni insieme a circa una trentina di volontari italiani e spagnoli si sono incontrati per giocare insieme e imparare l’inglese divertendosi. Questa infatti era la novità dell’anno: mentre nelle edizioni precedenti, il camp si riduceva ad un momento ludico, nel quale i volontari organizzavano giochi e tornei di sport, quest’anno si è deciso che tutto ciò non poteva prescindere da una buona conoscenza dell’inglese. Alla mattina, divisi in 14 classi da circa 40 bimbi, si ripassavano e si insegnavano i rudimenti dell’inglese, mentre il pomeriggio era dedicato al gioco. Per una settimana, alla mattina, è stato inserito anche un corso di igiene, in cui ai bambini è stato insegnato in maniera divertente come e perché è importante lavarsi le mani prima e dopo determinate azioni, come conservare l’acqua e tanti consigli utili per la salute. I ragazzi che hanno curato questo progetto sono giovani ingegneri ricercatori dell’università di Madrid accompagnati da alcuni professori. È stato sicuramente un momento arricchente, che si inserisce all’interno di un progetto di educazione alla salute da tempo intrapreso dalle sisters. Sono infatti distribuiti lungo tutta la missione lunghe file di rubinetti dai quali i bambini possono bere acqua pulita, lavarsi le mani e rinfrescarsi nei momenti più caldi della giornata.

saraG_20150820_171158 saraG_20150823_083751

È veramente difficile esprimere a parole cosa significa vivere a stretto contatto con questi bambini per tre settimane. È uno di quei famosi scherzi che, come scrivevo prima, mi ha tirato l’Africa. Sicuramente è faticoso, sicuramente questi piccoli richiedono tutto l’amore che puoi dare loro, ma ciò che lasciano nel cuore è incommensurabile. Pensavo di trovare un clima di profonda disperazione, ma in realtà quello che ho trovato è stata la dignità di un popolo che nonostante abbia poco non si scoraggia e non si nutre di autocommiserazione. Durante la visita alla missione delle suore di Madre Teresa, una donna che stava allattando un bambino probabilmente non suo, mentre ce ne stavamo andando ci ha sussurrato un sottile “thank you”. Lei stava nutrendo un bambino, forse orfano o forse con la madre malata, e con occhi bassi aveva ringraziato noi. Non ho saputo rispondere. È tanto l’amore che trovi in questi posti ed è tanto l’amore che hanno da chiederti. Talmente tanto che inizialmente la mia reazione è stata di inadeguatezza di fronte a tutto questo, ma poi mi sono resa conto che basta poco per sentirsi accolti. Il velo di misericordia (o Kidane Mehret in lingua locale) che dà il nome alla missione è proprio questo.

Non voglio miticizzare il popolo etiope, tante sono le contraddizioni e le brutture della loro società, ma ciò che mi ha lasciato la missione è stata una profonda voglia di ritornare…

Quindi grazie di tutto Africa, ci rivedremo presto.

Sara Gozza

Volontaria ad Adwa nell’estate 2015

saraG_20150820_171118la volontaria Sara con un bambino del summer camp

 
Lascia un commento

Pubblicato da su settembre 8, 2015 in I volontari si raccontano

 

Tag: , ,

Galleria

Nursing School – Scuola di Infermieri

A tutti coloro che hanno contribuito ad attrezzare la sala di fisioterapia: sarà tutto prezioso!

Argo, il cane di Ulisse

The hospital we’re building here is bringing lots of challenges; probably the hardest one is to find skilled people to work on it. Adwa is in a remote area of Ethiopia, far away from shining Addis Abeba (the capital), so if it’s difficult to find good professionals in Ethiopia you can imagine how can be hard to find them here.

For this reason we decided to teach people locally and  organize a Nursing and Physiotherapy School here in Adwa. The same thing I’m planning for the IT Professionals that will manage the IT of the hospital.

The school has all modern materials and instruments to give the possibility to students to learn efficiently; all of them come from Italy and most of them had been donated to us.

The most important aspect is the official recognition from the Ministry of Health, which hopefully should arrive very soon; infact last week we had…

View original post 182 altre parole

 
Lascia un commento

Pubblicato da su luglio 13, 2015 in I volontari si raccontano

 

Network

Nuove collaborazioni ad Adwa: guardando sempre al futuro!

Argo, il cane di Ulisse

Network nel senso di rete, una volta tanto non informatica. Network nel senso di costruire rapporti, conoscenze, collaborazioni.

Oggi sono stato all’università di Axum per firmare un accordo di collaborazione tra Kidane Mehret, l’organizzazione per cui lavoro, e l’università. L’idea alla base é che abbiamo interesse a collaborare reciprocamente:  noi abbiamo una scuola, serviamo la popolazione, stiamo costruendo un’ospedale e abbiamo costantemente bisogno di personale specializzato e motivato; l’università é interessata ad avvicinare il piu possibile i propri studenti ad un mondo lavorativo che qui sembra lontano anni luce. Cosi poco alla volta, con la sfrontatezza di chi ci prova, abbiamo cominciato questa collaborazione.

Dopodomani saremo ancora  in università a presentare il nostro progetto e a convincere gli studenti laureandi che val la pena lavorare con noi. A settembre , col nuovo anno accademico, cominceremo delle attività che mi vedranno impegnato  a collaborare col personale accademico per fornire dei contenuti…

View original post 176 altre parole

 
Lascia un commento

Pubblicato da su luglio 3, 2015 in I volontari si raccontano

 
Galleria

ASL Adwa reloaded

Miracoli anche nell’ospedale governativo: sarà strategico per poter farsi carico di chi non troverà posto al Kidane Mehret Hospital

Argo, il cane di Ulisse

L’anno scorso l’ospedale pubblico di Adwa ci aveva chiesto una mano per rifare i locali cucina e lavanderia. Ne avevo parlato in questo post. Dopo circa 1 anno i lavori sono finiti e sono andato a vedere i risultati. C’è da esserne orgogliosi.

*************************************************************

Last year the Adwa public hospital asked us to help them renew the kitchen and laundry area. I wrote about this in this post. After more or less 1 year we delivered the work and I had a look at the results. We should be proud of.

View original post

 
Lascia un commento

Pubblicato da su marzo 9, 2015 in I volontari si raccontano